Categoria: FERRO Magazine

Eicma 2018

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Almanacco Illustrato del Motociclista
di Kiddo & Ruggeri

Edizione Speciale EICMA 2018
Dove sono finite le dual sport?

Come ogni altro Motociclista che si rispetti, e incensati del ruolo di inviati/invitati per il vostro Almanacco Illustrato del Motociclista preferito, Kiddo & Ruggeri hanno lasciato per una giornata le loro scalcinate motorette a casa e si sono recati in quel di Milano per visitare il Salone Internazionale del Motociclismo, noto come EICMA; acronimo che non ci prenderemo la briga di decifrare. Ogni appassionato, in verità, visita il Salone quasi esclusivamente per una ragione, le gnocche, e in effetti poi su Uozap le foto che ti arrivano possono essere anche quelle dei nuovi modelli, sì, ma di biancheria intima femminile, qualora la modella spalmata sulla moto ne indossi. Il secondo motivo per cui ognuno di noi visita la fiera di Milano è di trovare l’anima gemella, che difficilmente sarà una di quelle gnocche, ma più probabilmente il prossimo possibile acquisto motoristico, fosse anche solo la prossima da sognare o da prendere usata, magari nei prossimi quattro-cinque anni.
A Milano si va con un’idea abbastanza precisa dell’uso che si fa della moto, e vorremmo che le Case ci offrissero la moto ideale per cilindrata, potenza, capacità di carico, agilità, estetica e perché no prezzo. Attesa in verità pressoché disillusa quasi sempre, come se i geni che fanno tutte quelle ricerche di mercato avessero studiato tanto nelle facoltà di marketing invece che fare due chiacchiere ogni tanto con qualche Motociclista mentre sta per partire per una 20.000 Pieghe o un giro per sterrate per sapere come dovrebbero fargliela, ‘sta __zzo di moto.
Se fino a qualche tempo fa si vedeva un sacco di prototipi di flat track, come se tutti avessimo un ovale in terra battuta dietro casa sul quale derapare come scimuniti, quest’anno si sono viste un sacco di copie, almeno esteticamente, della Husqvarna Vitpilien, che quelli bravi definirebbero appartenente alla categoria “moked”, ovvero motard+naked, e come se fosse un best seller di vendite; in realtà si tratta di uno di quei modelli peraltro bellini da morire ma dalla dubbia effettiva utilità e che non è che ci sia già venuto a noia da quante ne abbiamo viste a giro. Però le ricerche di mercato…
Noi de l’Almanacco, in verità, eravamo andati a cercare una possibile erede (ma parliamo di un tempo molto, molto futuro) delle nostre dual, o milf-dual come le chiama il Ruggeri, ovvero una moto davvero tuttofare. Un grosso mono, preferibilmente over 600, affidabile e con tanto olio nel carter; che ti porti a lavorare tutte le mattine, anche quando piove, col quale fare qualche uscita di superstrada se si fa scouting un po’ più lontano, che sia abbastanza leggera da essere girata di peso se il sentiero diventa davvero troppo puttano, e perché no in grado portare un passeggero senza che ti voglia strozzare appena scende. Facile no? Avete capito. Una dual! Tanto perfetta quanto semplice.
Fra le novità più attese, ci appare subito la Moto Guzzi V85Tt (aspettiamo in verità che esca anche la versione con gli ammortizzatori carichi), che se da una parte ci farebbe gridare al miracolo perché quelli di Mandello pare si siano decisi a realizzare una moto in effetti tanto richiesta da molti e non solo appassionati del Marchio, ci cade proprio nella definizione della categoria “classic enduro”: un’imitazione di un vecchio modello che serve solo a guardarla per evocare quello, ma non provate ad affrontare un po’ di breccino ché si smonta. Lo stessa mossa geniale di Bmw che ha chiamato la NineT Scrambler “urban”: una moto che serve ad affrontare le insidie cittadine fino alla conquista del prossimo aperitivo. Magari sono moto efficaci, ben fatte e divertenti, ma con dei nomi così ti poni già male, non dai grandi possibilità all’immaginazione. Urban. Classic. E se io la uso in campagna adesso? Decisamente non è la moto per me. Geni del marketing.
Girando per il Salone, la delusione ricercando le eredi delle “vecchie” dual si fa sempre più cocente. Partiamo col dire che le Case giapponesi, le quattro Grandi Sorelle, non producono più moto del genere dal momento che si passa, nei listini, dalle leggere mono racing da sbavo, ma che difficilmente soddisfano minimamente le condizioni di cui sopra, alle bicilindriche, magari alcune più leggere e adatte a un uso utilitaristico e off-road, ma mai facili e poco impegnative come un mono, seppur grosso e pesante.
Yamaha, ad esempio, propone la nuova Ténéré 700, che più si avvicina a queste caratteristiche pur essendo bicilindrica, ma che prende il posto dell’ultima dual giapponese rimasta fino a qualche anno fa nei listini, ovvero la 660; non può che prendere un po’ di magone andando col pensiero alle serie Xt e Tt, che pure hanno scarrozzato per decenni tanti appassionati.
Honda ha gassato da tempo la XR, ora riproposta (ma non per l’Italia) nella versione 450, ovvero una racing camuffata (male).
Secondo Kawasaki la dual in listino, capace di sostituire nel cuore degli appassionati la Klr o Klx 650 oppure la mai troppo compianta Kle 500 (ragazzi ci rendiamo conto che la celebratissima Benelli Trk502X che ha portato così bene noi de l’Almanacco per tutta la Transitalia Marathon ha le stesse caratteristiche tecniche ma pesa soltanto 50 kg in più?!) dovrebbe essere la Versys 1000, un quattro cilindri con la grazia di un autobotte. Ok, qualcuno dovrebbe avvisarli che ci sono persone che studiano design all’università e gli scarabocchi del figlio della signora che pulisce gli uffici NON sono un’ottima fonte di ispirazione per le linee dei prossimi modelli.
Infine Suzuki. Quando da lontano abbiamo visto allo stand la scritta “Katana” il nostro cuore ha vibrato di gioia: vuoi vedere che dopo aver riesumato un mito della storia del motociclismo quella silhouette bianca e blu è la riedizione del mitico Dr Big???!! invece nulla, altra delusione, nuove colorazioni per l’ottima (ma non dual, anche se ci si avvicina molto) V-Strom. In realtà l’ennesima rivisitazione moderna di un modello storico come la Dr 400 è proposta da Royal Enfield con la sua Himalayan, seppur in chiave turistica e appesantita. In effetti, una delle poche vere dual rimaste.
Husqvarna propone ancora, in effetti, una dual sport, la 701, anche se è più una racing molto anabolizzata; non a caso è la più usata dai non-piloti nelle manifestazioni dove si prevedono tanti chilometri ma c’è da dare anche tanto gas. Insomma, la parte utilitaristica patisce un po’, ecco. Pressappoco la stessa moto, il 690, è proposta da Ktm, che ha presentato un’altra delle bicilindriche che si potrebbero più avvicinare al concetto di dual sport, seppur in veste racing, ovvero la 790. Ha personalità estetica e chissà come tornerà carina dopo che avrà partorito, deve essere una libidine da guidare appena ce la faranno provare, ma dual?! Insomma, quando sono sceso dalla pettata di sassi smossi e poi devo girarla nel sentiero, di quanto mi allungherà le braccia sulla salita successiva?
Bmw ha abbandonato anche lei la linea big mono F650Gs, anche se fino a qualche anno fa ci aveva creduto (e aveva venduto) tantissimo tanto da farne una per ogni diametro di cerchio anteriore possibile. Gli mancava la moto da sabbia col 10” e poi le aveva tutte. Invece nulla, propone la 850 Adventure Rallye (bellissima, curatissima, carissima; ma non fatele vedere un rovo perché le si sciupa il blu elettrico metallizzato lucido), ispirata alla Multistrada Enduro, ovvero ottenuta pompando di anabolizzanti la parte serbatoio-cupolino tanto da far sembrare la moto un gommone di culturista, scelta di design obbligata se devi ingigantire (per farlo somigliare al “vestito” che riesce a far sparire la sagoma di un boxer) le plastiche che stanno sopra un bicilindrico che i tuoi ingegneri motoristi, disgraziati, hanno gettato sangue per fare più compatto e leggero possibile.
Periodo troppo lungo?
Meravigliose sono anche le tantissime scrambler di nuova generazione, e non solo la Ducati Desert Sled, che ancora fa sbavare il Kiddo come una lumaca prima di autoconvincersi a forza coi migliori argomenti (ma quanto costa? Ma quanto fuoristrada ci fai? Ma quanto la sciupi?) che non è la moto adatta a lui, ma anche i mono, primo fra tutti il Fantic Caballero Scrambler, adesso proposto nella versione Adventure, un po’ più alto, accessibile nel costo, ben rifinito, molto bello, adatto all’off leggero… sì, ma avete provato a starci in piedi? Non c’è il posto per le caviglie! Seduti, e zitti.
Niente, dai, anche queste scrambler lo dice il nome, non son dual. Belline, sì, ma sono come le ragazzine del Salone. Ci fai un giretto, ma una vera è un’altra cosa.
Ci viene in soccorso Swm, che, sebbene bolli in listino i suoi modelli Superdual come “stradali”, propone effettivamente le uniche dual sport over 600 presenti sul mercato. In verità sul percorso dell’imborghesimento si sono trovate con una sella che, talmente ti obbliga in una posizione soltanto, sembra presa dal Monster; ma gli perdoniamo questo particolare, ché tanto la guideremmo in piedi. Saranno loro le prossime moto che chiederemo in prova, per le prossime esaltanti collaborazioni che si stanno profilando all’orizzonte.
In realtà, le moto che ci sarebbe piaciuto portare a casa sono tante, anzi tantissime, e probabilmente non del tutto grazie ai geni del marketing.
Rimane il dubbio se non siamo noi che cerchiamo delle moto-dinosauro, ormai superate come concezione e che non sarebbero più richieste dal mercato oppure se forse delle tuttofare per davvero, non delle motine fighette giuste solo per un breve giretto da soli e poco lontano non potrebbero essere la vera risposta a un reale e innegabile bisogno di accrescere l’utenza dei Motociclisti, categoria in rapido e drammatico incanutimento, oltre che diradamento.
Rimane una risposta che proprio noi de l’Almanacco ci sentiamo di suggerire, ovvero non tutte le formule ritenute vecchie o superate si possono dire da buttare, e non parliamo delle recenti modern-classic, ennesima formula dettata dal marketing per vendere inutili motorette, copie ispirate a modelli che ai loro tempi erano modernissime. Lo dimostra una pagina come la nostra, ispirata dichiaratamente alle pubblicazioni anni ’60 e ’70 come l’Almanacco delle Giovani Marmotte: testo+disegno.
Coi nostri numeri di grande successo di pubblico, per i quali vogliamo ringraziare di cuore i nostri lettori, e che hanno meravigliato non poco e strappato tante strabuzzate d’occhi proprio ai giovani addetti marketing delle aziende alle quali ci siamo presentati al Salone, riusciamo ogni quindici giorni a dimostrare che c’è ancora spazio per le nuove idee, se sono fatte di solidità, Passione e serietà.
In fondo, basterebbe poco

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